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Tendinite che non passa: perché il dolore continua nonostante le terapie?

6 minuti fa
Tempo di lettura: 10 min
Hai fatto riposo, fisioterapia, antinfiammatori o magari anche onde d'urto, ma appena riprendi a correre, giocare a tennis, sollevare un peso o semplicemente utilizzare normalmente quella parte del corpo il dolore ritorna.
Tendiniti

A questo punto la domanda è quasi inevitabile:

perché questa tendinite non passa?

La prima cosa da chiarire è che un dolore tendineo persistente non significa necessariamente che il tendine sia semplicemente “ancora infiammato”. E soprattutto non significa che occorra continuare a ripetere trattamenti diversi sullo stesso punto fino a trovare quello che funziona.

Quando il problema dura da settimane o mesi, la domanda più utile può diventare un'altra:

siamo sicuri di aver capito che cosa sta mantenendo il dolore?

Una tendinite che dura da mesi è ancora una tendinite?

Nel linguaggio comune continuiamo a utilizzare molto la parola tendinite, ma quando il problema persiste nel tempo il quadro può essere più complesso.

Il termine tendinite richiama soprattutto un processo infiammatorio. Oggi, per molte condizioni persistenti del tendine, viene utilizzato più correttamente il termine tendinopatia, che descrive una condizione clinica caratterizzata da dolore e riduzione della capacità del tendine di svolgere normalmente la propria funzione.

Questo è importante perché cambia anche il modo di affrontare il problema.

Se pensiamo esclusivamente a un'infiammazione, può sembrare logico cercare continuamente di “spegnerla”.

Se invece consideriamo come il tendine risponde al carico, quale funzione abbia perso e perché il dolore continui a ripresentarsi, il ragionamento diventa differente.

Perché una tendinite può non passare?

Non esiste una sola risposta.

Un dolore tendineo può persistere perché il tendine non ha ancora recuperato una sufficiente capacità di tollerare il carico, perché il ritorno all'attività è avvenuto troppo rapidamente oppure perché continuano a essere presenti i fattori che hanno contribuito al problema.

Ma c'è anche un'altra possibilità:

il tendine potrebbe non essere l'unica struttura responsabile del dolore.

Un'ecografia o una risonanza possono mostrare un'alterazione tendinea reale, ma quel reperto deve essere messo in relazione con i sintomi, l'esame clinico e la funzione.

È lo stesso principio che ho approfondito parlando di dolore cronico e diagnosi funzionale: prima di scegliere una nuova terapia è necessario capire quale problema stiamo cercando di trattare.

Il dolore diminuisce con il riposo e ritorna appena riprendo: perché?

È una situazione molto frequente.

Durante il riposo diminuisce il carico applicato al tendine e il dolore può ridursi sensibilmente. Questo, però, non significa necessariamente che la struttura abbia recuperato la capacità necessaria per affrontare nuovamente corsa, salti, palestra, lavoro manuale o gesti ripetitivi.

Quando l'attività riprende, il carico aumenta nuovamente e il sintomo può ricomparire.

È un meccanismo particolarmente evidente nello sport.

Ne ho parlato anche nell'articolo Il tuo infortunio sportivo non è tornato. Non è mai andato via!: la scomparsa del dolore non coincide necessariamente con il recupero della funzione.

Il vero obiettivo non è soltanto riuscire a non sentire male.

È permettere nuovamente al sistema muscolo-tendineo di gestire il carico richiesto dalla vita quotidiana o dallo sport.

Se la fisioterapia non ha funzionato significa che non serve?

No.

Dire semplicemente “ho fatto fisioterapia e non ha funzionato” lascia aperte molte domande.

Quale diagnosi era stata formulata?

Quale programma riabilitativo è stato eseguito?

Per quanto tempo?

Il carico è stato progressivamente modificato?

Qual era l'obiettivo funzionale?

Come ha risposto il dolore durante e dopo gli esercizi?

La riabilitazione delle tendinopatie non consiste semplicemente nel sottoporre il tendine a una serie di terapie fisiche.

In diverse tendinopatie, esercizio terapeutico e gestione progressiva del carico rappresentano elementi importanti del trattamento conservativo.

Le indicazioni possono però cambiare a seconda del tendine coinvolto, della fase del problema, della persona e dell'attività che deve recuperare.

Per questo il mancato risultato di un precedente percorso non dovrebbe portare automaticamente alla conclusione che “la fisioterapia non funziona”.

Può invece essere il momento di rivalutare diagnosi, obiettivi e percorso seguito fino a quel momento.

E se non hanno funzionato neppure le onde d'urto?

Anche in questo caso è importante evitare un automatismo.

Le onde d'urto vengono utilizzate in alcune tendinopatie e condizioni inserzionali, ma il mancato beneficio non significa necessariamente che il passo successivo debba essere un'altra procedura.

Occorre prima chiedersi:

perché quel trattamento non ha prodotto il risultato atteso?

La diagnosi era corretta?

Il tendine era realmente la principale origine del dolore?

Erano presenti contemporaneamente altre strutture dolorose?

Il trattamento era inserito all'interno di un adeguato percorso di recupero funzionale?

Un caso particolarmente utile per comprendere questo principio è quello di una paziente con tendinopatia della spalla descritto su Proloterapia.eu: “Ho una tendinopatia della spalla: la proloterapia è indicata?”.

Proloterapia

L'ecografia mostrava realmente una tendinopatia del sovraspinato e la paziente aveva già effettuato due cicli di onde d'urto. Una successiva valutazione aveva però evidenziato anche un'altra componente dolorosa a livello dell'articolazione acromion-claveare.

Il punto interessante non è quale terapia sia stata utilizzata successivamente.

È che prima di cambiare terapia è stato necessario rivalutare il problema.

Una tendinopatia visibile all'ecografia è necessariamente la causa del dolore?

Non sempre.

Ecografia e risonanza magnetica sono strumenti molto utili, ma mostrano soprattutto la struttura.

La visita deve stabilire se ciò che vediamo sia coerente con ciò che il paziente sente e con quello che accade durante il movimento.

Un dolore alla spalla non deriva necessariamente soltanto dalla cuffia dei rotatori.

Un dolore al gomito non è automaticamente un'epicondilite.

Un dolore vicino al tallone non significa necessariamente che tutta la sintomatologia provenga dal tendine d'Achille.

Questo principio è particolarmente importante quando un trattamento rivolto alla struttura evidenziata dall'esame non produce il risultato previsto.

In quel momento non dovremmo necessariamente cercare una terapia “più forte”.

Potremmo aver bisogno di una diagnosi più precisa.

Tendinite al gomito, alla spalla, al ginocchio o al tendine d'Achille: è sempre lo stesso problema?

No.

“Tendinite” è una parola che comprende condizioni molto differenti.

Tra le sedi frequentemente interessate troviamo:

  • tendini della cuffia dei rotatori della spalla;

  • tendini dell'epicondilo al gomito;

  • tendine rotuleo;

  • tendine d'Achille;

  • tendini glutei;

  • altre strutture tendinee e inserzionali.

Anche la cosiddetta fascite plantare, pur non essendo propriamente una tendinopatia, presenta alcuni problemi simili dal punto di vista del rapporto tra dolore persistente, carico e trattamento.

Per il gomito, ad esempio, ho approfondito separatamente l'epicondilite, mentre per chi pratica sport è utile partire dall'inquadramento del fisiatra sportivo nelle tendiniti, nelle lesioni muscolari e nel dolore persistente.

La diagnosi specifica viene quindi prima della scelta della terapia.

Continuare con antinfiammatori e infiltrazioni è la soluzione?

Dipende dalla diagnosi e dalla fase clinica.

Il controllo del dolore può essere utile, soprattutto quando il sintomo limita fortemente movimento e attività quotidiane. Ma ridurre il dolore e recuperare la funzione non sono necessariamente la stessa cosa.

Anche per le infiltrazioni non esiste una soluzione universalmente migliore.

Corticosteroidi, PRP, acido ialuronico, destrosio e altre procedure hanno caratteristiche, indicazioni e livelli di evidenza differenti a seconda della patologia.

Per questo la domanda:

“Qual è l'infiltrazione migliore per una tendinite?”

rischia di essere posta troppo presto.

Prima dovremmo chiederci:

“Quale tendinopatia sto trattando e perché continua a essere sintomatica?”

Quando una tendinite non passa bisogna quindi cambiare terapia?

Non necessariamente.

A volte occorre cambiare terapia.

Altre volte occorre modificare il programma riabilitativo o la gestione del carico.

In altri casi può essere necessario richiedere un'ecografia, una risonanza o un diverso approfondimento diagnostico.

E qualche volta la cosa più importante è rimettere in discussione la diagnosi iniziale.

È precisamente questo uno dei compiti della valutazione fisiatrica.

Il fisiatra non dovrebbe limitarsi a scegliere una terapia da aggiungere a quelle già provate, ma ricostruire il percorso: come è iniziato il dolore, quando compare, quali movimenti lo provocano, quale funzione è stata persa, quali esami sono stati effettuati e come il paziente ha risposto ai trattamenti precedenti.

Per comprendere meglio questo ruolo puoi leggere anche Come può aiutarti un fisiatra e quando rivolgersi a questo specialista.

E se le terapie conservative non sono bastate?

Quando una tendinopatia persiste nonostante un percorso conservativo adeguato, il medico può valutare altre possibilità terapeutiche.

La scelta dipende dalla sede, dalla diagnosi, dalla durata del problema, dalla capacità funzionale residua, dai trattamenti già effettuati e dalle caratteristiche del paziente.

Tra le procedure infiltrative studiate in alcune condizioni muscolo-scheletriche e tendinee vi è anche la proloterapia con destrosio, cioè una metodica nella quale vengono utilizzate soluzioni contenenti glucosio/destrosio in specifiche strutture muscolo-scheletriche.

Ed è proprio qui che bisogna evitare un altro equivoco.

Tendinite che non passa significa che devo fare la proloterapia?

No.

La persistenza del dolore, da sola, non costituisce un'indicazione alla proloterapia.

Non sarebbe corretto passare dal ragionamento:

“La fisioterapia non ha funzionato, quindi faccio la proloterapia.”

né:

“L'ecografia mostra una tendinopatia, quindi faccio la proloterapia.”

Prima occorre stabilire se il tendine sia effettivamente coinvolto nei sintomi, quali altre strutture possano contribuire al dolore e quale obiettivo si voglia raggiungere.

Solo dopo questa valutazione la proloterapia può eventualmente essere considerata una delle opzioni terapeutiche, non la risposta automatica a ogni tendinopatia persistente.

Per chi vuole capire in quali condizioni viene utilizzata la metodica è disponibile la pagina dedicata alla Proloterapia.

Perché nella proloterapia si utilizza il glucosio?

La proloterapia viene frequentemente eseguita utilizzando soluzioni contenenti destrosio, cioè una forma di glucosio.

La concentrazione, la tecnica infiltrativa, le strutture trattate e il numero delle sedute possono però variare considerevolmente nei diversi protocolli e negli studi scientifici.

Ed è un punto importante.

Non esiste semplicemente una generica “infiltrazione di glucosio” applicabile nello stesso modo a qualsiasi tendine doloroso.

Una revisione sistematica e network meta-analysis pubblicata nel 2026 ha confrontato differenti concentrazioni di destrosio utilizzate nelle tendinopatie. Alcune concentrazioni hanno mostrato risultati favorevoli sul dolore in specifici studi, ma gli autori hanno giudicato le evidenze complessivamente limitate e con certezza bassa o molto bassa, sottolineando la necessità di studi più solidi prima di stabilire raccomandazioni sul dosaggio.

Questo è un buon esempio del motivo per cui la proloterapia deve essere considerata nel contesto della diagnosi e delle evidenze disponibili, non come un protocollo standard valido per tutti.

Per approfondire questo aspetto scientifico è possibile consultare lo studio su PubMed – Optimal Dextrose Concentration for Prolotherapy in Tendinopathy.

Cosa sappiamo oggi sulla proloterapia nelle tendinopatie?

La proloterapia con destrosio è stata studiata in diverse condizioni tendinee, tra cui epicondilalgia laterale, tendinopatie della cuffia dei rotatori, tendinopatia achillea e condizioni della fascia plantare.

Il quadro scientifico, tuttavia, non è uniforme.

Alcuni studi riportano miglioramenti del dolore o della funzione. In altri confronti il beneficio rispetto ai trattamenti di controllo è più incerto.

Una recente revisione dedicata alle patologie croniche della cuffia dei rotatori, per esempio, ha evidenziato una qualità delle prove limitata e risultati non sufficienti per considerare la proloterapia con destrosio superiore in modo generalizzabile alle alternative.

Questo non significa concludere che la proloterapia “funzioni” oppure “non funzioni” in assoluto.

Significa formulare una domanda clinicamente più precisa:

in quale tendinopatia, in quale paziente e in quale momento del percorso terapeutico può avere un ruolo?

Per chi vuole consultare direttamente la revisione più recente sulla cuffia dei rotatori è disponibile anche la pubblicazione su PubMed.

Proloterapia e riabilitazione sono alternative?

Non necessariamente.

È un altro punto importante.

Un'eventuale procedura infiltrativa non restituisce automaticamente a un tendine la capacità di correre, saltare, sollevare pesi o ripetere un gesto sportivo centinaia di volte.

Il recupero della funzione può richiedere comunque un programma progressivo di carico e riabilitazione.

Per questo la domanda non dovrebbe essere:

proloterapia o fisioterapia?

Ma:

quale combinazione di interventi è appropriata per questa specifica condizione?

Le linee guida cliniche moderne dedicate alle tendinopatie continuano infatti ad attribuire un ruolo centrale alla valutazione funzionale, all'esercizio terapeutico e alla progressione del carico.

Quando è utile farsi rivalutare?

Una rivalutazione può essere particolarmente utile quando il dolore:

  • persiste da settimane o mesi;

  • migliora con il riposo ma ritorna regolarmente con l'attività;

  • impedisce di tornare allo sport o alle normali attività;

  • continua nonostante un percorso terapeutico già effettuato;

  • cambia caratteristiche o localizzazione;

  • non sembra corrispondere completamente a ciò che mostrano gli esami;

  • ha portato a provare numerose terapie senza una spiegazione chiara del perché non abbiano funzionato.

In queste situazioni il punto non è necessariamente trovare un'altra terapia.

Il punto è capire se sia necessario rivedere il problema.

La domanda giusta non è soltanto “come faccio a far passare la tendinite?”

Quando un dolore tendineo persiste a lungo, è comprensibile cercare qualcosa che finalmente lo faccia scomparire.

Ma passare continuamente da una terapia all'altra può trasformarsi in una successione di tentativi se manca una domanda fondamentale:

che cosa sta mantenendo questo dolore?

Il tendine può essere realmente coinvolto.

Può avere perso capacità di gestire il carico.

Può essere necessario modificare il percorso riabilitativo.

Può esserci un'altra struttura che contribuisce al sintomo.

Oppure può essere appropriato valutare un trattamento differente, comprese in alcuni casi selezionati procedure infiltrative come la proloterapia.

Ma l'ordine è importante.

Prima la diagnosi. Poi l'indicazione. Infine la terapia.

È questo che permette di passare dalla ricerca dell'ennesimo trattamento alla costruzione di un percorso terapeutico coerente con il problema reale.

In sintesi

Perché una tendinite non passa?Perché il dolore persistente può dipendere da diversi fattori: capacità insufficiente del tendine di sostenere il carico, ritorno troppo rapido all'attività, diagnosi incompleta, presenza di altre strutture coinvolte o percorso terapeutico non adeguato alla specifica condizione.

Se la fisioterapia non ha funzionato devo cambiare trattamento?Non automaticamente. Prima è utile capire quale fisioterapia sia stata effettuata, con quale diagnosi e con quali obiettivi, e rivalutare la risposta del tendine al carico.

Se le onde d'urto non hanno funzionato posso fare la proloterapia?Il mancato beneficio delle onde d'urto non costituisce da solo un'indicazione alla proloterapia. È opportuno rivalutare prima diagnosi e quadro clinico.

La proloterapia viene utilizzata per le tendinopatie?La proloterapia con destrosio è stata studiata in diverse tendinopatie. Le evidenze mostrano risultati interessanti in alcune condizioni, ma non sono uniformi e non permettono di considerarla una terapia indicata per ogni tendinopatia.

La proloterapia sostituisce la fisioterapia?Non necessariamente. Quando viene indicata, può inserirsi in un percorso più ampio nel quale gestione del carico ed esercizio terapeutico possono continuare ad avere un ruolo importante.

Le infiltrazioni di glucosio sono la proloterapia?Nella proloterapia viene frequentemente utilizzato destrosio, una forma di glucosio, in differenti concentrazioni. Tecnica, concentrazione e indicazione devono però essere definite in relazione alla specifica condizione clinica.

Una tendinopatia all'ecografia significa che devo trattare quel tendine?No. Il reperto deve essere correlato con sintomi, esame clinico e funzione. La presenza di un'alterazione tendinea non dimostra, da sola, che quella struttura sia l'unica causa del dolore.

Approfondimenti

Fonti scientifiche

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Dott. Giuseppe Ridulfo

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